Biden: “Putin è un assassino”. Il ritorno degli USA alla strategia indiretta di Obama

Le dichiarazioni del presidente USA Joe Biden, che in un’intervista televisiva ha affermato di considerare Vladimir Putin un assassino, stanno alzando pericolosamente il livello della tensione internazionale. Biden ha anche promesso che il leader del Cremlino “pagherà un prezzo” per aver tentato d’influenzare le elezioni presidenziali del 2020.

Le affermazioni dell’inquilino dello Studio Ovale rendono pienamente la misura di cosa volesse significare la sua tronfia affermazione sul ritorno degli Stati Uniti sulla scena internazionale, reiterata in numerose occasioni a sia prima che dopo l’insediamento. In sintesi, dopo la parentesi Trump, Washington torna alla strategia di politica estera già seguita da Obama durante la sua presidenza: dividere l’Unione Europea, contenere la Cina, picchiare duro sulla Russia. Una strategia che individua la Russia come l’anello debole (“una potenza regionale”, come ebbe a definirla lo stesso Obama nel 2014) in una concatenazione d’interessi in parte attuale e in parte potenziale, che attraversa da ovest a est la massa continentale eurasiatica.

Alzare il livello di tensione con Mosca, un gigante militare con una fragile base economica, schiacciata dalla mole dei vicini partner europei e cinesi, significa tracciare uno spartiacque che fa emergere la contraddizione europea tra ideologia dominante e interessi materiali e, allo stesso tempo, spingere anche la Cina a prendere una posizione in difesa dell’alleato russo, aprendo uno scontro che polarizzi la situazione internazionale senza mettere direttamente in discussione interessi, filiere produttive e scambi commerciali.

Una polarizzazione di questo genere gioca a tutto vantaggio degli USA, che con la politica di attacco diretto alla Cina e all’Unione Europea seguita da Trump hanno perso posizioni importanti nel “grande scacchiere” della politica mondiale.

Sullo sfondo, varie questioni pronte a scompaginare il quadro, tra le quali vale la pena di sottolineare l’avvicinarsi del momento in cui il Parlamento Europeo dovrà votare la ratifica del Comprehensive Agreement on Investment, l’accordo euro-cinese sugli investimenti raggiunto negli ultimi giorni del 2020 dopo sette anni di trattative, che costituisce una forte minaccia agli interessi statunitensi ed è stato per questo apertamente osteggiato sia da Trump che da Biden. Il voto degli europarlamentari è l’ultima occasione che Washington ha di fermare l’accordo: dal suo esito si misurerà in quota significativa la capacità degli Stati Uniti di mantenere la guida dell’area atlantica.

L’aumento della tensione internazionale è la carta migliore di cui gli USA dispongano per riaffermare i propri interessi e tutelare quello che resta di un’egemonia ormai in parte evaporata. A noi il compito di tenere alta la guardia, comprendere in profondità quanto sta accadendo, costruire a livello nazionale e internazionale, nella lotta per la pace e la cooperazione tra le nazioni e i popoli, una posizione indipendente delle classi lavoratrici sui grandi problemi del nostro tempo.

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