Sciopero generale europeo: tra “violenza” e partecipazione, contraddizioni e opportunità

di Alessio Arena

Milano, 14 novembre 2012

558850_10151530560908136_1498425540_nChe l’appuntamento di questo 14 novembre fosse un passaggio fondamentale per la costruzione delle lotte sociali contro le politiche della trojka UE-BCE-FMI i cui effetti, uniti a quelli della crisi a centuplicarne il potenziale distruttivo, fanno ormai sì che la miseria, la disoccupazione e la disperazione dilaghino per tutto il vecchio continente, è un fatto innegabile. A provarlo, un elemento prima di tutti gli altri: l’intenso lavorio dell’apparato propagandistico di regime per eclissare il significato della fortissima partecipazione di lavoratori e studenti alla mobilitazione dietro l’assordante mantra della stigmatizzazione della “violenza”. Si vuole in sostanza creare un clima favorevole alla riduzione delle lotte sociali a problema di tutela dell’ordine pubblico contro i “vandali” e la loro “guerriglia urbana”, preparando così il terreno per far avanzare nel corpo sociale quelle fratture, quelle incomprensioni, quella paura che, alimentati, rafforzino e rendano sempre più praticabile politicamente il ricorso alla repressione violenta della disperazione dilagante, sempre minacciosa di trasformarsi, se organizzata, in lotta di classe consapevole e capace di mettere in discussione il senso comune e con esso lo stato di cose presente.

In queste ore risulta in effetti davvero difficile, se non dedicandovi grande attenzione e pazienza, distinguere dal chiasso sugli arresti e gli scontri tra manifestanti e apparato repressivo di Stato gli elementi politicamente significanti della giornata appena trascorsa. Quanta adesione ha raccolto lo sciopero? Quante persone sono scese in piazza? Quali esperienze di lotta e quali soggetti sindacali e politici sono risultati decisivi per l’esito della mobilitazione? E come e quanto tutto questo riconnette finalmente l’Italia con l’Europa già in lotta da tempo contro quelle misure per difenderci dalle quali solo negli ultimi tempi si è visto anche da noi un barlume di mobilitazione coordinata? A tutte queste questioni risulta difficile offrire una risposta basandosi sulle informazioni dei media ufficiali. Una circostanza, questa, che getta una luce particolare tanto sul precipitare della situazione delle libertà civili nel nostro paese, quanto in conseguenza sulla reale natura della crisi e dunque sulle possibili risposte dei settori dominanti della società al radicarsi del malcontento sociale.

Secondo il taglio che ci siamo proposti di dare ai contributi offerti dal nostro sito, eccoci a offrire alcuni spunti di riflessione al dibattito che necessariamente dovrà aprirsi sul tema che sempre si pone “il giorno dopo”: che fare ora?

La piattaforma dello sciopero: dissimulazione della conservazione sociale

Come noto, la giornata di oggi è stata resa possibile dalla Confederazione Europea dei Sindacati (CES), l’organizzazione che raccoglie le principali centrali sindacali dell’UE, nata come una costola del sindacalismo riformista e corporativo internazionalmente organizzatosi a partire dal 1949 con la costituzione della Confederazione Internazionale dei Sindacati Liberi (CISL internazionale), esito della rottura intervenuta nella Federazione Sindacale Mondiale (FSM) sulla spinta dell’Alleanza Atlantica e nel quadro della Guerra Fredda, destinato a contrapporre al movimento sindacale a egemonia rivoluzionaria una concezione dell’organizzazione del mondo del lavoro collaborazionista e interna alle logiche del capitalismo .

La CES nasce dentro il quadro della “integrazione europea”, sulla spinta delle istituzioni create per supportarla, dalla necessità di dare alla gestazione dell’UE un supporto in grado di garantirle il controllo del conflitto sociale. E non stupisce ritrovare, cercando negli archivi, notizia di iniziative dalla CES stessa promosse, ad esempio, a supporto del trattato di Maastricht nel 1992 e della “Costituzione Europea” bocciata dai referendum in Francia e Paesi Bassi nel 2005. Un’organizzazione, dunque, succube e corresponsabile dell’opzione neoliberista su cui l’integrazione europea si fonda, pienamente complice delle politiche di precarizzazione del lavoro e d’indebolimento della capacità di lotta dei lavoratori che hanno aperto la via alla situazione attuale.

Per questo è normale ritrovare nella piattaforma di convocazione dello “sciopero generale europeo” di oggi la rivendicazione di un “nuovo patto sociale europeo” per la cogestione della crisi, nella perpetuazione dell’illusione circa il carattere “sociale” dell’UE e le potenzialità da quest’ultima incarnate in termini di estensione dei diritti e delle tutele a livello continentale.

Ecco dunque la contraddizione principale presente a viziare la giornata di oggi e ad aprire pericoli per il proseguimento e l’approfondimento delle lotte sociali contro la trojka: il soggetto dirigente dello sciopero si colloca dentro lo stesso quadro ideologico dell’antagonista diretto contro cui ha chiamato i lavoratori europei a mobilitarsi e ne è anzi una filiazione diretta. Nel momento in cui le condizioni di vita dei popoli precipitano, mettendo in discussione la sopravvivenza stessa di milioni di persone, questo soggetto interviene a dirigere l’esplosione delle basi oggettive dello scontro tra le classi verso la rivendicazione…della pace e della conciliazione tra interessi sempre più inconciliabili!

In Italia, questa contraddizione ha avuto un riflesso evidente nel protagonismo assunto dalla CGIL diretta da Susanna Camusso, dunque guidata dalla sua anima più conformista e conciliatoria, nell’organizzazione dello sciopero. E ciò a dispetto della continuità dell’attuale direzione del principale sindacato italiano con le scelte da esso assunte negli ultimi tre decenni nel quadro della teorizzazione della concertazione sociale, cioè del compromesso con il padronato assurto al rango di feticcio ideologico. Dal sabotaggio della battaglia per la difesa della Scala Mobile negli anni ’80 alla riforma delle pensioni di Dini nel ’95, dall’accettazione del pacchetto Treu che ha introdotto la precarietà nel nostro paese alla complicità con lo smantellamento del sistema d’intervento pubblico nell’economia, fino ad arrivare all’appoggio alla nuova riforma delle pensioni varata nella scorsa legislatura dal governo Prodi, la politica della CGIL è venuta caratterizzandosi come un sostegno oggettivo e irrinunciabile del progressivo smantellamento dei diritti sociali degli italiani, facendo giungere a compimento la transizione sin qui descritta da sindacato conflittuale a garante della pace sociale, con l’assoluta impalpabilità dell’opposizione manifestata dalla segreteria Camusso nei confronti delle misure di macelleria sociale assunte dal governo Monti.

La giornata di oggi ha consentito alla direzione confederale della CGIL di ridimensionare il protagonismo di una FIOM sì riformista, ma spinta dalla sua stessa base di classe ad assumere posizioni più avanzate di quanto lo stesso Landini (tesserato a SEL) non vorrebbe e di quanto la stessa prassi diffusa del sindacato dei metalmeccanici, ormai prevalentemente conquistato alla concertazione, non consentirebbe. E ciò nel quadro di una piattaforma rivendicativa che chiama i milioni di lavoratori che scivolano verso la miseria a mobilitarsi, in ultima istanza, per la difesa di quella stessa impostazione corporativa del rapporto tra sindacato, padroni e istituzioni che ne ha decretato il disarmo e li ha esposti alle intemperie del fallimento del capitalismo.

A tutto questo non poteva che fare riscontro una divisione nel mondo sindacale. Se da un lato infatti CISL e UIL, che pure fanno parte della CES, non hanno aderito allo sciopero, confermando così con un atto fortemente simbolico la rivendicazione della loro subordinazione agli interessi padronali, d’altra parte si è registrata la diversificazione delle posizioni nel sindacalismo di base, molte delle organizzazioni del quale hanno indetto un proprio sciopero di otto ore, con la significativa eccezione dell’Unione Sindacale di Base (USB), la maggiore di esse e rappresentante in Italia della Federazione Sindacale Mondiale, che non ha scioperato per marcare il proprio rigetto della piattaforma CES.

E allora, perché partecipare?

Oltre ogni considerazione di politica sindacale se ne rende tuttavia necessaria una, di portata complessiva, decisiva per determinare l’atteggiamento da tenere nei confronti dello “sciopero europeo”: il precipitare delle condizioni materiali e la crescente rabbia sociale ha reso inutilizzabile ogni strumento di conservazione della pace sociale. La pressione esercitata dai lavoratori, la necessità ineludibile di dare una concreta risposta alla loro domanda d’iniziativa in difesa di bisogni sempre più minacciati, ha assunto proporzioni tali da prendere la forma di una spinta irresistibile alla mobilitazione e alla lotta, abbattendo le frontiere nazionali con la forza della rivendicazione del diritto inalienabile di ogni essere umano alla vita e al lavoro. Siamo qui in presenza di una spinta che prorompe dalla natura stessa della nostra società, intimamente connessa con la crisi di quest’ultima e dei rapporti economici che la caratterizzano. Una spinta del genere non può essere arrestata, sedata o ignorata in nessun modo, senza che ciò significhi acuirne la forza e la potenzialità distruttiva.

Al di là della piattaforma della CES, dell’esigenza di tenuta di una direzione della CGIL ormai politicamente e socialmente all’angolo e del cadente e inadeguato quadro ideologico dell’integrazione europea, ormai punto per punto smentito dall’azione quotidiana della trojka, alla base dello sciopero di oggi c’è l’evidenza stessa della lotta di classe come motore della storia, della contraddizione tra carattere sociale della produzione e carattere privato dell’appropriazione come dato strutturale del capitalismo che lo rende incompatibile non solo con il benessere, ma con la sopravvivenza stessa di tutti noi.

Ecco perché è stato non solo doveroso, ma necessario e vitale per i comunisti assumere un profilo attivo e propositivo nell’organizzazione di questo sciopero. E se in Italia a questo atteggiamento non ha fatto riscontro un riconoscimento sociale o la conquista di un protagonismo riconosciuto, si rende allora evidente che esistono limiti, teorici e pratici, che si fa urgente affrontare e risolvere per la salvaguardia dell’esistenza stessa del nostro movimento.

Se ad esempio manca un inquadramento, una prospettiva comune che leghi le anime conflittuali e di classe della minoranza CGIL con il sindacalismo di base nella definizione di un fronte di lotta comune, e se non maturano le condizioni perché conflitto sociale e lotta politica si alimentino vicendevolmente nella crescita di un’alternativa al fallimento del Capitale, la responsabilità è tutta nostra, della nostra politica, della sua incapacità di definire una prospettiva rivoluzionaria adatta all’Italia di oggi e ai bisogni, alle aspirazioni dei suoi lavoratori.

In ultima analisi, dunque, la giornata di oggi pone le stesse questioni rese evidenti dal No Monti Day. Tarderemo ancora a dar loro risposta? Se così dovesse essere, la storia non ce lo perdonerà.

 

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