Liberazione: No, caro Paolo, così non va

Pubblichiamo a seguire la lettera in cui Dino Greco, direttore di Liberazione, ripercorre le tappe e punta l’indice sulle finalità della chiusura del giornale del nostro Partito. Un fatto vergognoso e d’inaudita gravità, pienamente dentro il percorso di liquidazione della questione comunista nel nostro paese. Una liquidazione cui non ci rassegnamo né ci rassegneremo. Mai.

***

liberazioneCaro Paolo,
ho letto il tuo “de profundis” per Liberazione, un costernato addio per la chiusura definitiva, “per l’oggi e per il domani” del nostro giornale, un atto che definisci doloroso ma necessario “affinché il partito viva” e non venga coinvolto/travolto da una altrimenti inevitabile catastrofe finanziaria.
Nella tua ricostruzione dello stato delle cose vi sono molte, troppe inesattezze, reticenze, omissioni che alterano il quadro nel quale ci troviamo e tendono a suggerire l’inesorabilità della scelta che si va compiendo, anzi, che è stata già compiuta senza averne voluto (dico voluto) preventivamente discutere, in nessun organismo dirigente se non per annunciarne la “ferale” notizia, a babbo morto e sepolto, nel corso di una segreteria trasformata per l’occasione in camera ardente. Con buona pace dei deliberati congressuali e dell’impegno ad istruire un confronto serio sull’argomento.
Comincio con la questione principale.
Non è vero che le alternative si giocassero sui due corni: continuare così (e soccombere sommersi dai debiti) oppure cessare l’attività.

Che fosse necessario aprire la procedura di liquidazione della Mrc, mutare in tal senso la causale della nuova richiesta di cassa integrazione, evitare l’accumulo di ulteriori passività, oneri diretti e indiretti erano cose acclarate e condivise.
Il tema aperto, su cui nulla è stato pensato, esplorato, men che meno tentato, riguardava come costruire un percorso parallelo, non più incardinato sull’attuale assetto giuridico-contrattuale, ma su una cooperativa di compagni/e, giornalisti e non, a cui cedere in affitto o in comodato gratuito la testata per continuare a far vivere Liberazione come giornale “del” partito, “per” il partito.
Questa ipotesi, certo da approfondire in ogni risvolto e implicazione, trovava il consenso dei compagni che avevano anche verificato la disponibilità di Banca etica ad affiancarne finanziariamente l’impresa (sarebbero bastate poche decine di migliaia di euro) purché fosse sostenuta da un credibile progetto editoriale e da un impegno del partito a garantire un pacchetto di abbonamenti.
In altri termini la Banca (che, benché “etica”, banca pur sempre resta, e dunque certo non avvezza ad opere di filantropismo) aveva tuttavia capito una cosa semplice e cioè che le nostre idee hanno comunque un mercato e che forse non sarebbe un azzardo aiutarne il decollo.
Ci credessimo anche noi! Invece qui casca l’asino.
Il fatto è che il partito, o più precisamente, il suo gruppo dirigente, non ha mai creduto in Liberazione.
Se vi avesse investito noi oggi avremmo un numero ben maggiore dei 1200 abbonamenti, tutti autoprodotti attraverso l’iniziativa di un paio di giornalisti. Perché non un solo abbonamento è stato portato al giornale dai componenti della segreteria nell’arco di oltre due anni. Lungo tutto il 2012, a giornale cartaceo sospeso, cinque compagni/e in cassa integrazione, al fine di evitare lo stallo totale nell’informazione, si inventarono il settimanale on line “Ombre rosse”, del tutto volontario e a costo zero. E chiesero che quel tempo fosse riempito da una campagna di pre-abbonamenti, necessaria per generare le risorse indispensabili al rilancio di un’iniziativa editoriale futura, tendenzialmente autosufficiente.
Come sai, non successe nulla. Non riuscimmo neppure ad ottenere che il partito comunicasse ai propri iscritti l’esistenza del settimanale! Il responsabile della comunicazione non volle saperne per ragioni mai chiarite, o mai apertamente dichiarate, e nessuno si preoccupò di chiedergliene conto.
Quando la segreteria giunse, nel dicembre del 2012, a decidere l’apertura del quotidiano on line con tre giornalisti, la nuova avventura iniziò senza un solo abbonamento.
Si dovette ricominciare da capo, con un sistema editoriale del tutto nuovo, riannodando, per quanto possibile, collaborazioni e rapporti.
Per garantire alla Mrc le residue provvidenze economiche stanziate dal fondo per l’editoria abbiamo lavorato 7 giorni su 7, senza mai fermarci, anche a traguardo raggiunto, anche quando a lavorare siamo rimasti in due soli, per fidelizzare i nostri lettori, per alimentare il rapporto con le strutture territoriali del partito che hanno via via imparato ad usare il giornale, il “loro” giornale, e per guardare con ragionevole ottimismo al futuro.
Gli abbonamenti hanno spontaneamente cominciato ad arrivare: 2, 3, fino a 4, 5 al giorno. Gli ultimi due ieri…a partita chiusa. Ma neppure in questo periodo si è mossa foglia.
Chiedo: in quante delle centinaia di riunioni tenute in ogni parte d’Italia ci si è ricordati di porre il tema di Liberazione, della stampa comunista, di chiedere ai nostri iscritti di abbonarsi? So di non sbagliare: in nessuna.
Ebbene, non si può non alzare un dito per fare gli abbonamenti per poi concludere che bisogna chiudere la baracca perché non ci sono gli abbonamenti.
Allora veniamo in chiaro. E proviamo a non nascondere la verità – ai nostri iscritti e, prima ancora, a noi stessi -, proviamo a non compiere questo estremo atto di autolesionismo. Alla base c’è la tesi non dichiarata che un giornale del Prc non serve. Meglio farsi saltuariamente ospitare da qualche altro contenitore, magari assai lontano da noi, ma più letto e quindi di più immediata risonanza; meglio andare a rimorchio, secondo un vecchio riflesso gregario, compilando rassegne stampa nelle quali noi appariamo secondo le opinioni che gli altri hanno di noi; meglio “twittare” ad ogni stormir di foglia, nell’illusione di lasciare traccia su menti addomesticate ad una politica ridotta ad impressionismo sloganistico; meglio coltivare blog personali, più rivolti alla lotta politica interna che non ad una vera comunicazione.
L’idea di un giornale che contribuisce a formare e trasmettere la tua identità, a produrre cultura politica e a favorire la costruzione del partito e della sua iniziativa è abbondantemente latitante.
Eppure, se si prestasse ascolto alla domanda che viene dalla parte ancora vitale di questo partito ci si accorgerebbe di quanto questo pane sia necessario.
Infine. Tu concludi il comunicato con una frase la cui enormità non riesco a digerire: “La chiusura di Liberazione – scrivi – è una scelta compiuta per permettere a Rifondazione comunista di continuare a battersi per l’affermazione del socialismo, della libertà e della giustizia”.
No, Paolo, per niente. Dalla chiusura del giornale non verrà alcun impulso al “progetto politico” del partito, ma soltanto un ulteriore oscuramento della nostra già scarsa visibilità e il disincanto dei nostri militanti più attivi.

Dino Greco

da Liberazione – Giornale comunista, mercoledì 19 marzo 2014

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Un pensiero su “Liberazione: No, caro Paolo, così non va

  1. La risposta di Ferrero:

    Caro Dino, ho letto il tuo pezzo che critica il mio e mi pare corretto risponderti:
    1) Penso che nessuno abbia nulla in contrario a far si che un gruppo di giornalisti possa fare una cooperativa per far uscire Liberazione. Io personalmente sono favorevole a questa ipotesi. Come ti è noto questo sarà possibile unicamente dopo che la società MRC potrà cedere la testata e quindi dopo che sarà cominciato il processo di liquidazione della società. Il passo di oggi – la fine delle pubblicazioni e l’inizio del processo di liquidazione di MRC – è quindi propedeutico a qualunque decisione relativa all’utilizzo futuro della testata. Non capisco perché bisogna polemizzare su un passaggio obbligatorio come se la liquidazione di oggi impedisse la cosa che tu proponi.
    2) Tu dici che il gruppo dirigente di Rifondazione non ha voluto tenere in piedi Liberazione. Ovviamente si poteva fare di più e non discuto ovviamente del comportamento di questo o quel dirigente ma ti faccio notare che il commento è forse un po’ ingeneroso. A parte chi rischia quotidianamente di finire in galera a causa dei debiti di Liberazione, la spesa per Liberazione in questi anni è stata di gran lunga la spesa maggiore che il partito ha fatto: siamo a ben oltre i 10 milioni di euro, una cifra colossale che deve far riflettere. Rifondazione Comunista si è mangiata una bella fetta del proprio patrimonio per tenere in piedi Liberazione e se continuavamo ulteriormente questo ci portava a sicuro fallimento sul piano finanziario. Nella vita capita di perdere pur avendo buone ragioni e la battaglia per tenere aperta Liberazione – che pensavo fosse stata condotta in comune – l’abbiamo persa.
    3) Sono d’accordo con te che «alla chiusura del giornale non verrà alcun impulso al “progetto politico” del partito, ma soltanto un ulteriore oscuramento della nostra già scarsa visibilità». Infatti non ho mai sostenuto il contrario e penso che dobbiamo ragionare a fondo sugli strumenti informativi a basso costo di cui Rifondazione deve dotarsi. Dovevamo farlo prima? In parte lo abbiamo fatto ma senza trovare evidentemente risposte risolutive: in questi anni abbiamo discusso di Liberazione in segreteria più che di qualsiasi altro argomento. Detto questo se vi sono buone proposte che emergano, in modo da poterle realizzare rapidamente. Il punto che io sostengo con forza è che purtroppo non abbiamo le risorse per continuare a far vivere Liberazione realizzata da giornalisti professionisti. La Liberazione che abbiamo conosciuto, con quei costi per il personale è incompatibile con la sopravvivenza di Rifondazione Comunista e con la capacità di autofinanziamento del nostro partito. Ogni iniziativa di Rifondazione Comunista – che sia sull’informazione o su qualsiasi altro settore – deve e dovrà sempre più fare il conto con la questione dei soldi. Ne sono così convinto che sono tornato a lavorare in Regione Piemonte, non per divertimento, ma perché non abbiamo letteralmente un euro.

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