Il conflitto governo-regioni sulle zone rosse e un modello di autonomie da cambiare

La polemica tra governo nazionale e regioni a proposito delle misure di contrasto dalla pandemia da Covid-19 stabilite nel DPCM del 3 novembre scorso rivela una volta di più, nelle attuali circostanze drammatiche, un problema di fondo che Fronte Popolare va denunciando da tempo: il carattere profondamente pericoloso, distruttore dell’unità nazionale dell’attuale assetto delle autonomie locali definito dalla riforma costituzionale voluta dal centrosinistra nel 2001. Da questo punto di vista, ha un bel lamentarsi il ministro della salute Speranza per la situazione che si è venuta a creare: si ricordi il ministro di come il suo partito, Articolo 1, sia stato fondato dagli esponenti di primo piano dei Democratici di Sinistra che vollero quella riforma – da D’Alema a Bersani – e chiedano tutti insieme scusa al popolo italiano!

Il conflitto di poteri che si è innescato, le impugnazioni in tribunale, le recriminazioni incrociate di una politica in perenne campagna elettorale, le incaute fughe in avanti di presidenti di regione (non “governatori”, che in Italia non esistono) alla costante ricerca di protagonismo mediatico, pongono il problema di come garantire un assetto regionale che tuteli innanzitutto un principio cardine del vivere sociale: l’uguaglianza tra le cittadine e i cittadini.

La nostra organizzazione conduce da sempre, con coerenza e costanza, una forte battaglia su questo fronte irrinunciabile. Nel 2017, unica organizzazione politica di sinistra, abbiamo chiamato a votare NO ai referendum sull’autonomia voluti da Zaia in Veneto e da Maroni in Lombardia: ritenevamo allora – e la nostra convinzione non ha fatto che rafforzarsi nel tempo e sulla spinta dei fatti – che non fosse più rinviabile la costruzione di linee di resistenza contro il dilagare di una concezione degli assetti istituzionali che liquida non soltanto ogni barlume di solidarietà tra le diverse aree geografiche del nostro paese, con la conseguenza di rendere sempre più impervio il cammino per la costruzione dell’uguaglianza sostanziale descritta dal secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione, ma anche lo stesso principio dell’uguaglianza formale che è eredità della fase progressiva del pensiero liberale.

Il fatto che la parola d’ordine della cosiddetta “autonomia differenziata” sia impugnata con uguale slancio, seppure con accenti diversi, da tutto l’arco parlamentare, mostra come il problema non possa essere ricondotto alla falsa alternativa tra centrodestra e centrosinistra nella quale ormai il M5S è stato del tutto riassorbito. La scelta è strutturale e rimanda ai caratteri stessi della “costruzione europea”, all’ideologia ordoliberista che la ispira e alla liquidazione definitiva della sovranità popolare che essa persegue.

Con questa consapevolezza, insieme a un vasto arco di forze della sinistra abbiamo lanciato, nel mese di luglio, la campagna “Riconquistiamo il diritto alla salute”, tuttora in corso e a sostegno della quale rinnoviamo l’invito a firmare la petizione online. Al primo posto, tra le rivendicazioni promosse dalla campagna, si colloca quella di “un unico Servizio Sanitario Nazionale pubblico e laico, gestito dallo Stato, con relativo superamento dell’attuale sistema di autonomie regionali”. Ora che con la pandemia entra in gioco il principio della tutela del diritto alla vita, si fa più che mai evidente come i servizi alla cittadinanza che garantiscono l’effettività dei principi e dei diritti fondamentali non possano essere erogati in forme e secondo direttrici diverse regione per regione, abbandonati così in primo luogo agli appetiti insaziabili delle privatizzazioni e del mercato, ma anche ai capricci e alla ricerca di facile pubblicità di una politica nazionale e locale che ha ormai evidentemente perso ogni barlume di propensione a dare risposte ai bisogni reali delle classi popolari.

Molto c’è da denunciare in merito alle deficienze del governo Conte nell’affrontare questa crisi. A questa denuncia noi ci uniamo con decisione. Ma va anche detto con chiarezza che le falle del nostro sistema economico e sociale, dei servizi alla cittadinanza sempre più privatizzati (dalla sanità ai trasporti), delle nostre infrastrutture, sono frutto di decenni di perseguimento consapevole, da parte dei governi di ogni colore che si sono succeduti, di un progetto di società ispirato a garantire il massimo profitto e il più agevole sfruttamento degli esseri umani e dell’ambiente, che non fa che dimostrare in ogni occasione il proprio disprezzo e la propria strutturale incapacità di garantire la tutela di beni primari che ci appartengono e che dobbiamo difendere con la mobilitazione e l’organizzazione.

Noi non intendiamo limitarci alla critica e all’invettiva: abbiamo proposte concrete e una visione di come e su quali direttrici elaborare una soluzione a tutti i problemi della vita nazionale. Siamo stati e siamo impegnati a creare su questa base, con il massimo spirito unitario, un movimento politico per determinare il cambiamento profondo di cui si fa ormai lampante l’urgenza.

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