Duterte, neo-presidente delle Filippine: una possibile svolta progressista

Colpi di Stato e altre sfide del nuovo presidente delle Filippine
(Traduzione di FP da Telesur).

di Jose Maria Sison

jomasisonSison – nella foto a sinistra – è fra i fondatori e segretario del Partito Comunista delle Filippine, organizzazione di ispirazione maoista che dagli anni ’60 guida una lotta armata con largo seguito nel Paese, segnato dalla dittatura di Marcos e dai regimi corrotti filo-americani succedutisi negli anni. Dal 1987 si trova in esilio nei Paesi Bassi, da dove dirige l’International League of Peoples’ Struggle.

Pubblichiamo la traduzione di questo suo articolo per gettare luce sulla situazione politica di un Paese spesso ignorato, ma che è di importanza decisiva per le politiche imperialiste in Asia. La vittoria di Rodrigo Duterte, entrato in carica come presidente il 30 giugno, apre scenari inaspettati – pur con grandi contraddizioni e punti interrogativi rispetto alle sue intenzioni – di un cambiamento politico che avrebbe ripercussioni certamente non solo locali.

“Il neo-eletto presidente delle Filippine, che promette di essere il primo presidente di sinistra del Paese, ha studiato Pensiero Politico avendo come insegnante l’autore di questo articolo.”

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Dopo 24 ore dalla chiusura dei seggi delle elezioni filippine del 9 maggio 2016, Rodrigo Duterte, del partito di opposizione “Pilipino- Democratic Party – Laban”, ha registrato nel conteggio della Commissione Elettorale una schiacciante vittoria nella sua candidatura per la presidenza.

I suoi rivali Grace Poe del Partito Indipendente, Jejomar Binay dell’Alleanza Unita Nazionalista e Mar Roxas del governativo Partito Liberale hanno riconosciuto la sconfitta uno dopo l’altro.

La possibilità fortemente temuta di brogli messi in atto dal Partito Liberale non si è verificata o non è stato possibile portarla a termine a causa di serie minacce di rivolte popolari in caso di frodi elettorali.

Fra quelli che hanno minacciato in tal senso ci sono rispettate istituzioni e movimenti, tutti i partiti di opposizione, sezioni cruciali delle forze armate reazionarie e della polizia, le forze rivoluzionarie del Partito Comunista delle Filippine, la Nuova Armata del Popolo, il Fronte Democratico Nazionale delle Filippine e i movimenti di liberazione nazionale Bangsamoro.

Apparentemente gli interessi monopolistici stranieri e la oligarchia locale di grandi “compradores” e latifondisti hanno avvertito il governo Aquino che era una scelta migliore desistere dai brogli elettorali ed evitare il rischio di scontri interni generalizzati e incontrollabili.
Sono fiduciosi del fatto che la presidenza Duterte sia comunque gestibile finanziariamente e politicante, utilizzando come clava il sottosviluppo e la povertà delle Filippine, l’enorme debito estero e il debito pubblico complessivo delle Filippine, che ammontano a più di 77 miliardi di dollari e 164 trillioni di Php rispettivamente.

Un risultato significativo delle elezioni consiste nella sconfitta del figlio dell’ex dittatore filippino, Ferdinand E. Marcos, nella sua corsa per la vice-presidenza. Fino a un certo punto, sembrava che avrebbe avuto successo nel far leva sul voto di protesta contro il regime corrotto, brutale e incompetente di Aquino. Invece è stato sconfitto dalla candidata del Partito Liberale, Leni Robredo, che ha ricordato all’elettorato la brutalità della dittatura di Marcos e la complcità del figlio nel far sparire i miliardi di dollari rubati al popolo da suo padre.

L’importanza dalla vittoria elettorale di Leni Robredo va oltre il fatto di aver fermato il tentativo della dinastia Marcos di riprendere il supremo potere politico nelle Filippine. Il Partito Liberale si aspetta che lei funga da freno per Duterte e un ricordo costante della sua vulnerabilità a un colpo di stato o alla sfiducia da parte di una Camera dei Rappresentanti e di un Senato ancora dominati dal Partito Liberale.
Ovviamente però, dal canto suo, Duterte è del tutto consapevole della propria fetta di ufficiali dell’esercito e di polizia, pensionati e attivi, e dell’opportunismo dei deputati e dei senatori che tradizionalmente passano armi e bagagli con il nuovo presidente.

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Rodrigo Duterte, neo-presidente delle Filippine

Grazie anche alla sua devastante vittoria elettorale, ci si attende che Duterte conquisti ulteriore appoggio popolare portando avanti la sua promessa elettorale di perseguire gli ufficiali corrotti e spazzare via la criminalità, in particolare i cartelli impegnati nel traffico di droghe illecite e nei sequestri.
Le ampie masse popolari stanno attentendo con trepidazione l’arresto e la condanna del presidente uscente Benigno S. Aquino e della sua mente economica, Florencio Abad, che si sono notoriamente macchiati di saccheggio e di corruzione senza precendenti nell’abuso del sistema delle marchette elettorali.

Il movimento rivoluzionario popolare guidato dal Partito comunista delle Filippine appoggia la determinaziona di Duterte nel combattere la corruzione e la criminalità e accoglie con piacere la sua promessa di dichiarare il cessate il fuoco con il movimento rivoluzionario armato e di essere il primo presidente di sinistra nella storia delle Filippine.

A questo proposito, il Partito Comunista ha insistito perché liberi le centinaia di prigionieri politici, acceleri i negoziati di pace e affronti le cause profonde della guerra civile adottando basilari riforme economiche, sociali e politiche.

Il presidente neo-eletto rivendica con orgoglio il fatto di essere stato studente in Pensiero Politico, al Lyceum delle Filippine alla fine degli anni ’60, del presidente e fondatore del Partito Comunista, di essere diventato un attivista dell’organizzazione giovanile anti-imperialista e anti-feudalista Kabataang Makabayan, e di essere stato un membro di lunga data della Nuova Alleanza Patriottica, conosciuta come BAYAN.
Sia la Kabataang Makabayan che la BAYAN sono state fiere avversarie della dittatura fascista di Marcos e della continua dominazione delle Filippine da parte del capitalismo monopolistico straniero, del feudalesimo e dal capitalismo burocratico.

Il Partito Comunista ha sfidato Duterte ad affermare la sovranità nazionale del popolo filippino e difendere l’integrità territoriale delle Filippine, a permettere che le masse di lavoratori e contadini aumentino il proprio potere a danno degli oligarchi, a sviluppare l’economia filippina attraverso l’industrializzazione nazionale e una genuina riforma agraria, a promuovere una cultura patriottica e progressista, a espandere il sistema scolastico pubblico e a favorire la solidarietà internazionale per la pace e lo svilippo.

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