Il commissario europeo Thierry Breton sulla silenziosa estinzione di quanto resta della sovranità e della democrazia

Lo scorso 31 agosto Thierry Breton, Commissario per il mercato interno e i servizi dell’esecutivo dell’Unione Europea guidato da Ursula von der Leyen, è intervenuto pubblicamente nel dibattito sulla reazione del vecchio continente alla crisi sanitaria e alla successiva crisi economica. Lo ha fatto per mezzo di un breve articolo pubblicato qui da noi dal quotidiano finanziario Il Sole 24 Ore, dal titolo “I cento giorni che hanno cambiato il corso dell’UE”.

Malgrado il tono celebrativo dello scritto, l’esponente francese delle alte gerarchie europee ha messo a fuoco un dato fondamentale, enfatizzando il punto di svolta storico rappresentato per la “costruzione europea” dagli eventi susseguitisi negli ultimi mesi.

«Come disse Jean Monnet: “Gli uomini accettano il cambiamento solo in caso di necessità e vedono la necessità solo nella crisi”. E infatti l’Europa sta dimostrando oggi la sua capacità di reazione, il suo spirito di iniziativa e la sua capacità di adattarsi di fronte alle circostanze totalmente inedite della crisi del coronavirus», scrive Breton. E davvero non gli si può dare torto: se la Commissione von der Leyen è stata concepita sin dalla sua fase di gestazione come il gruppo dirigente politico destinato a imprimere un’accelerazione alla costruzione della superpotenza europea, è altrettanto certo che i cambiamenti intervenuti negli ultimi cento giorni sarebbero stati impossibili da ottenere in tempi così stretti senza l’ausilio della morsa economica e psicologica rappresentata dagli eventi connessi al Covid 19. Quasi raddoppio del bilancio europeo, un’embrionale ma definita autonomia fiscale, l’emissione di titoli di debito dell’Unione e il varo di un piano di trasformazione della struttura economica del continente sono altrettanti elementi di quello che alla vigilia della pandemia poteva essere definito come un ambizioso piano di legislatura (e infatti essi venivano enunciati apertamente tanto da von der Leyen quanto da altri esponenti della nomenklatura europea), mentre oggi, a meno di un anno dall’insediamento della Commissione, si trovano a costituire di fatto il punto di partenza della sua azione. Non sorprende affatto, quindi, che la mira venga alzata drasticamente e l’articolo di Breton, pubblicato non a caso all’avvio della stagione politica 2020-2021, costituisce in questo senso un’avvisaglia sulla quale richiamare con forza l’attenzione.

«Che siano sequenziali o arrivino in parallelo, [queste crisi] sono tutte sintomo del capovolgimento dell’ordine mondiale che esisteva dal dopoguerra»: con queste parole, lasciate cadere in tono asettico in coda a un periodo la cui costruzione induce il lettore a concentrarsi su tutt’altro, il tecnocrate francese esprime uno dei concetti dalle implicazioni più profonde tra quelli enunciati nell’articolo. Se l’ordine mondiale del dopoguerra è stato capovolto, infatti, è evidente come questo capovolgimento non possa che riguardare innanzitutto il rapporto tra gli Stati Uniti e l’Europa su cui esso si fondava: implicitamente, Breton proclama la fine di quella configurazione del blocco atlantico, in termini velati, ma a dire il vero piuttosto inequivocabili.

«La crisi ci ha ricordato, qualora fosse necessario, quanto sono fondamentali i concetti di autonomia, indipendenza o sovranità nel mondo di oggi e del futuro. L’abbiamo visto con la cosiddetta diplomazia delle mascherine o nelle pressioni e i ricatti di guerre commerciali. Il nostro continente non dovrà diventare terreno di conquista negli scontri geopolitici, geoeconomici e tecnologici tra grandi blocchi extraeuropei. E di certo non dovrà esporsi al rischio di vedersi indebolito o addirittura declassato». Il riferimento generico ai “blocchi extraeuropei”, sommato all’evocazione dei “ricatti di guerre commerciali”, risulta più che sufficiente a far materializzare davanti agli occhi del lettore l’immagine di Donald Trump.

Ma c’è di più. Sempre assumendo il tono di chi utilizzi locuzioni la cui comune accettazione sia da dare per scontata, Breton introduce un altro concetto di portata rivoluzionaria: l’attribuzione all’Unione Europea del connotato della “sovranità”. Da un punto di vista giuridico l’UE è un’organizzazione internazionale, seppure sui generis. Gli Stati membri, titolari esclusivi della sovranità, le hanno pertanto conferito tramite trattati internazionali un complesso di finalità e competenze. Ciò configura certamente delle profonde cessioni di sovranità. Tuttavia, di qui alla rivendicazione di una “sovranità” europea il salto è vertiginoso, rivoluzionario. Breton lo compie senza battere ciglio, trattandolo come un dato immanente e giustificandolo, né più e né meno e apertamente, come una necessità legata alle esigenze della competizione interimperialista.

In termini politicamente lucidi, a questo punto l’autore avanza una proposta concreta per un ulteriore passo avanti nella costruzione della sovranità europea: «In quest’ottica, sono convinto che l’Europa trarrebbe grande vantaggio, ad esempio, dall’essere in grado di analizzare, coordinare e prendere decisioni in tempi più rapidi. Un nuovo meccanismo decisionale di questo tipo potrebbe costituire la base operativa di uno “Stato d’emergenza europeo”». Tale strumento «potrebbe anche autorizzare temporaneamente a prendere decisioni a maggioranza qualificata». In altre parole, con l’attivazione dello “Stato d’emergenza europeo” il Consiglio Europeo, cioè l’organo politico dell’UE che comprende i capi di stato o di governo degli Stati membri, il presidente del Consiglio stesso e il presidente della Commissione Europea, verrebbe investito del potere di assumere contro il parere di uno o più governi decisioni che per essi, per i loro rispettivi paesi e i loro popoli, diventerebbero precettive e vincolanti.

Verrebbero così esautorati virtualmente tutti e ventisette i governi degli Stati membri, ma soprattutto tutti e ventisette i parlamenti, secondo un meccanismo che ha già un precedente in corso di applicazione nella nuova procedura di ratifica dei trattati di libero commercio definita nel 2018, che elimina proprio il ruolo di ratifica dei parlamenti nazionali. Ergo, addio a ogni barlume di controllo democratico da parte dei popoli. Naturalmente Breton tace rispetto a come secondo lui dovrebbero comporsi le “maggioranze qualificate” nel meccanismo decisionale da lui prefigurato. Ci permettiamo tuttavia di presumere che ben difficilmente esse sarebbero concepite in termini tali da consentire la marginalizzazione dei principali imperialismi che compongono l’UE, al vertice della gerarchia dei quali si colloca l’asse franco-tedesco con capitale Berlino. Di sicuro, la grande vincitrice risulterebbe essere la Commissione Europea, che potrebbe a quel punto esercitare un potere determinante sul Consiglio e avvicinare al compimento la propria trasformazione in vero e proprio titolare di un potere esecutivo.

Come corollario della sua proposta e al fine di salvare le apparenze definite dai canoni della defunta “democrazia liberale”, Breton si premura di concludere evocando il “pieno coinvolgimento” dell’Europarlamento come complemento necessario della sua proposta. Davvero non c’è limite alla sfacciataggine con cui i neo-mandarini di Bruxelles fanno uso del paravento del “parlamento fantoccio”, dimostrandone in continuazione la funzione di specchietto per le allodole per soffocare un aperto dibattito pubblico sulla cancellazione dei margini di democrazia formale più elementari, in corso nel nostro continente.

In queste settimane i settori sinceramente democratici della società italiana sono mobilitati nella battaglia referendaria per il NO al taglio dei parlamentari. Si tratta di una questione rilevante per la salvaguardia della nostra democrazia non tanto per il dato quantitativo, quanto per la sistematica delegittimazione di cui vengono fatti oggetto i principi della sovranità popolare e gli istituti della partecipazione e della rappresentanza. Se però vogliamo cercare la radice di quegli attacchi e individuare dunque il “vero nemico”, allora il levarsi di voci come quella di Breton e la posizione politica che esse esprimono è ciò che più di ogni altra cosa deve chiamarci alla vigilanza democratica, all’organizzazione e alla lotta.

Le classi popolari dell’Europa intera sono sotto attacco su tutti i fronti. Alle loro forze d’avanguardia, politiche e sociali, noi ci rivolgiamo per costruire insieme un salto qualitativo nell’unificazione delle nostre battaglie nazionali per la democrazia, la partecipazione e i diritti. Se continueremo a marciare divisi, se il nostro coordinamento e l’azione condivisa continueranno a essere episodi e non la norma, la sconfitta che le classi dominanti ci stanno infliggendo si consoliderà in tutti gli ambiti del vivere sociale e civile.

La ricostruzione delle condizioni per tornare a far avanzare la causa della democrazia sostanziale, e quindi quella del socialismo, passa necessariamente da qui.

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