Il governo Draghi e la sinistra di classe: forum sulla rivista del PCI “Ragioni e Conflitti”

Ragioni e Conflitti, rivista del Partito Comunista Italiano, ospita nel suo ultimo numero di recente uscita un forum tra rappresentanti di organizzazioni della sinistra di classe. Il confronto verte sull’esecutivo guidato da Mario Draghi e sulle conseguenze del suo insediamento per la costruzione dell’antagonismo politico e sociale.

Hanno partecipato al forum: Alessio Arena (Fronte Popolare), Mauro Casadio (Rete dei Comunisti), Alessandra Ciattini e Pasquale Vecchiarelli (La Città Futura), Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo), Marco Pondrelli (Marx21), Marco Rizzo (Partito Comunista), Mauro Alboresi (Partito Comunista Italiano).

Proponiamo a seguire le risposte di Alessio Arena alle tre domande poste dalla redazione della testata.

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Nel discorso di inaugurazione dell’attività di governo, Mario Draghi ha accentuato l’enfasi sulla fedeltà atlantica e l’irreversibilità dell’euro, nello stesso momento in cui le prime dichiarazioni del neo Presidente Usa hanno fatto pericolosamente alzare la tensione con Russia e Cina. Come vedi l’evolvere delle relazioni tra Est e Ovest e, in tale contesto, il ruolo del nostro attuale governo?

La questione della fedeltà atlantica rappresenta effettivamente una delle possibili chiavi di lettura della formazione del governo Draghi. Questo riguarda in prima istanza la collocazione dell’Unione Europea nello scenario internazionale.

Già in passato, Fronte Popolare ha sottolineato come gli ultimi decenni della “costruzione europea” siano stati caratterizzati da una divergenza d’interessi sempre più evidente tra il cosiddetto “asse carolingio” e gli Stati Uniti. La necessità di riaffermare il primato statunitense sull’area atlantica, così come la consapevolezza del declino tendenziale del potere americano nel mondo e del fallimento delle amministrazioni susseguitesi dal 1989 a oggi nel tentativo di salvaguardarlo, sono fortemente presenti nelle riflessioni dei massimi teorici della politica estera USA. Facendo da moltiplicatore del conflitto interno e scegliendo la via della contrapposizione diretta in ambito internazionale, in particolare con UE e Cina, l’amministrazione Trump non ha fatto che minare ulteriormente l’influenza di Washington in Europa e nel mondo, approfondendo un processo determinato dal venir meno delle condizioni fondamentali dello schiacciamento dei gruppi monopolistici europei sull’imperialismo statunitense.

In questo quadro, l’avvicendamento alla guida del governo italiano tra Conte e Draghi, con la questione della fedeltà atlantica emblematicamente evocata da Renzi come da Salvini, sembra giungere non casualmente dopo due passaggi: da un lato, l’insediamento di Biden e la ripresa di una politica lungamente teorizzata di ricerca di nuove forme d’integrazione atlantica sotto l’egemonia USA; dall’altro, il raggiungimento dell’intesa tra Unione Europea e Cina sul Comprehensive Agreement on Investment, un accordo che potrebbe avere implicazioni vastissime. Gli USA si trovano oggi a dover spezzare concatenazioni attuali o potenziali d’interessi tra Europa e Asia, delle quali la Russia rappresenta in certa misura l’anello debole.

Si pone quindi la questione di cosa siano “europeismo” e “atlantismo” nella nuova fase. Con tutta la prudenza del caso, l’impressione è che Draghi possa rappresentare un allineamento dell’Italia su posizioni maggiormente atlantiste, cioè sul fronte di un europeismo meno “autonomista” di quello di Conte, nella complessa e ancora non superata dialettica che attraversa i gruppi dominanti nell’UE.

Con l’emergenza sanitaria è deflagrata un’altrettanto drammatica emergenza economico-sociale. Prevedi che con il governo Draghi ciò si traduca in un attacco frontale al mondo del lavoro oppure ritieni praticabile un approccio più soft, che cioè possa essere comunque giocata la carta di un percorso più graduale e mediato?

Fronte Popolare non ritiene che la missione di Draghi sia principalmente quella di praticare politiche di “macelleria sociale”. Ciò non significa che il suo governo non possa praticare politiche di attacco agli interessi del mondo del lavoro: al contrario! Dal punto di vista sociale, però, pare di poter dire che la missione del nuovo governo sia quella di favorire lo sviluppo della fase terminale della liquidazione del modello di relazioni sociali delineato dalla nostra Costituzione, per accelerare sul versante della definitiva affermazione del modello ordoliberista e neocorporativo che domina la “costruzione europea”.

In questo senso, ci pare che debba essere posta maggiore attenzione ai cambi di paradigma, rispetto ai quali la popolazione è in genere meno attenta, piuttosto che all’ipotesi di politiche aggressive troppo dirette. La stessa presa di posizione in favore di Draghi della CGIL di Landini, protagonista del neocorporativismo di marca germanica imposto progressivamente al nostro paese, depone a favore di questa interpretazione.

C’è poi – soprattutto – da considerare il progetto di “transizione qualitativa della macroeconomia europea” rappresentato da Next Generation EU: Draghi deve garantire il raggiungimento dei suoi obiettivi in Italia, paese fondamentale perché rappresenta la terza economia e la seconda base industriale coinvolta nel processo.

Non è da escludere che tutto questo possa essere perseguito anche con forme di acquisto del consenso di alcuni strati sociali – per esempio di settori di ceto medio – ma ciò dipenderà molto anche dall’evolvere concreto della crisi economica.

Con l’avvento del governo Draghi si è fatta oggettivamente più stringente l’esigenza di un’unità della sinistra di classe, di una sua visibile opposizione, e in essa dei comunisti: che si debba dare una qualche risposta all’impellente sollecitazione “Se non ora, quando?” sembra davvero inevitabile. In quali forme ritieni possibile che ciò possa avvenire?

Non possiamo nasconderci che la sinistra di classe, in Italia come in tutta Europa, affronti oggi una pesante crisi d’identità, prima ancora che di radicamento o di consenso. A fronte del quasi totale annullamento della nostra influenza sociale, manifestiamo segni profondi di ripiegamento identitario e settario che sono altrettante conseguenze dirette di una sconfitta storica che non riusciamo a razionalizzare e trasformare in occasione di riflessione sulle condizioni della lotta politica in questa specifica fase storica.

Un ampio processo dialettico di condivisione dell’analisi e di riflessione aperta e non reticente sulle prospettive della costruzione dell’indipendenza politica delle classi lavoratrici è oggi un requisito irrinunciabile per tornare a incidere. Se saremo in grado di dare luogo a un simile processo, sarà possibile affrontare le questioni, in larga parte inedite, che la realtà ci pone e farlo mettendo a valore la capacità organizzativa residua del complesso delle organizzazioni della sinistra. Al contrario, mantenere ostinatamente in vita illusioni di autosufficienza o peggio, di prevaricazione degli uni sugli altri, porta al baratro.

La riflessione deve anche investire le caratteristiche del controllo sociale dall’alto in questo momento storico, la relazione tra politica identitaria e processi di passivizzazione delle masse, le forme di costruzione di un rapporto organico e attivo tra i soggetti organizzati e quelle stesse masse, in particolare nell’esperienza dell’Europa attraversata da un processo esteso di rivoluzione passiva che, ancora una volta, non ha eguali nella Storia. Un processo che impone di definire una corretta articolazione tra dimensione nazionale, continentale e internazionale come fattore determinante dell’azione politica.

Il tutto, però, non si può ridurre a formule organizzative semplicistiche, magari partorite in fretta per far fronte a una scadenza elettorale: questo non solo non serve, ma divide e fa danni, oltre a non portare nessun risultato e a frustrare corpi militanti sempre più ridotti numericamente. “Se non ora, quando?” è davvero la perfetta formula riassuntiva di questa urgenza.

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