La rivolta di Napoli e la scelta tra salute e lavoro (ITA+ENG)

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«A salute è a prima cosa, ma senza soldi non si cantano messe». Così si legge su uno dei tanti striscioni stesi durante i cortei spontanei di protesta a Napoli di queste ore. La contrapposizione tra salute e lavoro, tra benessere fisico e benessere economico è una scelta che in nessuna democrazia compiuta si dovrebbe nemmeno immaginare di fare. Eppure la condizione si propone, come al Sud così al Nord, in tutto il Paese. Mentre il Nord – e soprattutto l’area metropolitana milanese – tendono a conservare una modesta parvenza di benessere economico diffuso, la stessa cosa non vale nelle grandi città del Sud. Napoli è la terza città più grande d’Italia e forse la più importante di tutto il Meridione. Ed è qui che scoppia – diremmo attesa – la rabbia di chi deve scegliere tra salute e lavoro. 

Il facile complottismo para-giornalistico della regia camorrista stavolta non regge. Ad affilare i coltelli sono anche e soprattutto artigiani e autonomi, schiacciati da una crisi economica che perdura da oltre dieci anni e che si è aggravata nei mesi caldi della prima ondata del covid. Se accanto a questa crisi sovrapponessimo il carattere strutturale della crisi del Meridione, è facile aspettarsi la radicalizzazione, per certi versi violenta, della rivolta. E questa non è tantomeno ricercabile nella detestabile sovrapposizione delle organizzazioni fasciste che a tale rivolta guardano soltanto per posizionarci una bandierina, peraltro malconcia nel territorio napoletano e campano.

Accanto ai commercianti scendono in strada poi tutti gli altri, compresi disperati di seconda categoria. E che qualcuno abbia preso la palla al balzo per compiere atti “criminosi”, ciò non spiega neanche un po’ la partecipazione allargata ai tanti settori in crisi del comparto della ristorazione e dell’artigianato. Cioè di quella microimpresa, spina dorsale dell’economia reale del nostro Paese, che produce effettivamente buona parte della ricchezza nazionale. L’affitto, i dipendenti, la concorrenza spietata dei grandi del web (Amazon in testa, che dall’inizio della pandemia ha visto crescere esponenzialmente i propri guadagni), la burocrazia incessante e deprimente ha, di fatto, impedito agli autonomi di rimanere a galla, in quell’ormai dimenticato ceto medio. Nel tempo, la cosiddetta “proletarizzazione” di quel ceto medio nel quale si inserivano i commercianti e gli artigiani è divenuta sempre più evidente. Per questo si protesta per l’annunciato coprifuoco intimato dalla Regione Campania di Vincenzo De Luca, già chiacchierato in questi giorni per essere stato il primo tra i Presidenti di Regione a rivedere il modello della scuola in presenza messo a punto dal governo.

Non dovrebbe scandalizzare la violenza delle masse, ma la scelta che siamo arrivati a dover compiere: salute o lavoro. Sulla scia dell’annosa questione tarantina – dove ci si deve ancora barcamenare tra avere un piatto in tavola e cercare di sopravvivere ai fumi dannosi dell’ILVA, così dobbiamo scegliere se rischiare di “beccarci” il coronavirus o non arrivare alla fine del mese. La questione del covid, in tutta Italia e con maggiore vigore nel martoriato sud, ha semplicemente scoperchiato tutta una serie di vasi nei quali, per troppo tempo, ha sguazzato la grande borghesia affarista, collusa col malaffare, che si è divisa la torta della sanità, quella dei trasporti, quella dei servizi.

Dobbiamo dire una volta per tutte che il tema non è “coprifuoco-sì-coprifuoco-no”, il tema è quale sistema sociale ed economico abbiamo costruito fino a ora e quale, invece, dobbiamo cominciare a immaginare fin da subito. Lo Stato deve riappropriarsi di tutti i settori strategici: accentrare le decisioni in tema di sanità, che dovrebbe essere pubblica al 100%; avere un piano infrastrutturale dei trasporti pubblici coerente con la densità abitativa di ogni area del Paese; prevedere quando necessario aiuti economici concreti alle fasce più deboli della popolazione. Infine, lo Stato dovrebbe smascherare e colpire il malaffare e la criminalità organizzata con la violenza necessaria a ristabilire il concetto sacrosanto che un cittadino non dovrà mai più chiedere soldi in prestito agli usurai – come molti commercianti sono spesso obbligati a fare. Ristabilire il principio essenziale: la salute e il lavoro non sono e non dovranno mai più essere contrapposti.

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