In memoria di Leslie Feinberg, combattente transgender della liberazione comunista

Il 15 novembre 2014 scompariva Leslie Feinberg. Nato donna, giornalista comunista statunitense, combattente transgender e antirazzista, militante e dirigente del Workers World Party, fu tra i primi intellettuali a formulare una concezione marxista della liberazione trans. La sua opera ha influenzato la lotta in modi inediti, così come il suo romanzo autobiografico Stone Butch Blues.

Rifiutando il carattere restrittivo della dicotomia tra maschile e femminile, Leslie Feinberg s’identificava come neutro rispetto al genere, utilizzando pronomi come she/ zie come soggetto e her/hir come complemento. Ciò rende la traduzione in italiano più complessa e ci scusiamo sin d’ora, qualora non dovessimo essere riusciti a trasporre correttamente questo spunto nella nostra lingua.

Rendiamo omaggio alla sua memoria e al suo insegnamento pubblicando la traduzione del discorso pronunciato in occasione del conferimento della laurea ad honorem da parte della Starr King School nel maggio 2007.

Gli scritti di Leslie Feinberg sono liberamente consultabili in lingua inglese sul sito transgenderwarrior.org

***

Il diploma che ho ricevuto al liceo mi ha insegnato molto. Ero una studentessa liceale lesbica e mascolina che faceva il secondo turno in fabbrica, sempre meno interessata alla frequenza obbligatoria e alla routine in classe. Uno dei miei insegnanti d’inglese mi convinse a partecipare alla cerimonia del diploma. Mi sedetti in fondo, in jeans e occhiali da sole, con il berretto abbassato sopra gli occhi. Annunciarono il mio nome, mi consegnarono un diploma, un premio per l’inglese e un buono regalo di 10 dollari per una libreria locale.

Ho ricevuto un insegnamento da quel diploma. Avevo visto quanti compagni di classe afroamericani che avevano lavorato sodo per rimanere a scuola erano stati espulsi per aver alzato la voce, o per piccole infrazioni alle regole punite arbitrariamente. La maggior parte degli studenti bianchi era di ceto medio e si aspettava di andare all’università. Anche se io ero un operaio, diretto alle fabbriche, come studente bianco ho ricevuto in dono un diploma.

Ho buttato via il diploma, ho conservato quello che avevo capito e il buono regalo in libreria, e mi sono messo in viaggio per trovare la mia educazione nel mondo in subbuglio che mi circondava.

Ho raggiunto l’età e la consapevolezza all’apice del movimento per i diritti civili, del nascente Black Power e del Movimento degli Indiani d’America, degli Young Lords e dei Chicano Farm Workers che organizzavano il lavoro nei campi, della liberazione delle donne e dei gay – e della richiesta di riportare le truppe a casa, immediatamente, dall’ennesima guerra del Pentagono, in quel periodo contro il popolo vietnamita.

La lotta è una grande scuola. Tutti i prodotti del mio lavoro sono stati ottenuti come studente della lotta della classe operaia. E il conferimento da parte vostra di una laurea ad honorem, un premio per gli studi umanistici, per me, per il mio lavoro intellettuale e di attivista, ha un grande significato. Questo è un diploma di cui farò tesoro.            

Penso che ciò che ci ha riuniti qui stasera sia che ognuno di noi vuole sinceramente cambiare il mondo in meglio. Possiamo essere d’accordo o meno su come.

Ma possiamo incontrarci costruendo un ponte tra coscienza e coscienza.

Come ebreo laico e comunista rivoluzionario, so che molti di voi avranno sentito, fuori dal contesto, la frase di Marx secondo cui la religione è “l’oppio dei popoli”. In realtà Marx scriveva con grande compassione per le sofferenze della classe che era, ed è tuttora, sfruttata, oppressa e diseredata. Scriveva: “La sofferenza religiosa è, allo stesso tempo, l’espressione della sofferenza reale e la protesta contro la sofferenza reale”.

La religione, scriveva, “è il sospiro degli oppressi”, è “il cuore di un mondo senza cuore e l’anima delle condizioni senz’anima”. Fu in quel contesto che Marx disse che la religione è un oppiaceo per il dolore e la sofferenza.

Molti di noi in questa stanza hanno questo in comune: sentiamo la sofferenza, sentiamo i sospiri e i gemiti intorno a noi, lottiamo per cambiare le condizioni senz’anima.

Come possiamo unirci per cambiare queste condizioni?

Lavorare nelle fabbriche in cui ero in un sindacato, o cercavo di esserlo, mi ha dato due strumenti importanti. Il primo era una bussola critica: da che parte stai? Il secondo era un principio elaborato: un danno a uno è un danno a tutti.

Il mio lavoro analitico di lesbica transgender è stato affinato e approfondito dallo strumento del materialismo storico, che mi ha permesso di capire come sono arrivata in questo luogo del mondo, permettendomi di vedere il panorama delle colline e delle valli dello sviluppo sociale umano.

La scoperta più sorprendente è stata che l’avidità e il fanatismo non sono caratteristiche umane ben definite. La verità che per la stragrande maggioranza della storia umana i nostri primi antenati hanno vissuto in modo cooperativo e comunitario è assolutamente sovversiva. Significa che la natura umana non è fissa e immutabile, ma in realtà è piuttosto mutevole nelle mutevoli condizioni materiali.

Attraverso il ruolo della variante di genere, delle persone transessuali e intersessuali nei sistemi di credenza di molte società cooperative, ho potuto constatare che la scienza e la fede non si erano ancora separate nel primo comunitarismo.  Entrambe facevano parte di un unico sforzo per capire e spiegare il mondo cisrocstante.

È stato solo nel momento in cui la società umana si è divisa in proprietari di schiavi e schiavi, proprietari terrieri e servi feudali, patriarchi capitalisti e lavoratori, che anche la religione e la scienza si sono divise.

Per i nostri primi antenati, che sarebbero morti di fame senza cooperazione, il comandamento “Non rubare” sarebbe stato inspiegabile. Ma con il mutare dell’organizzazione economica e dello sfruttamento, anche il Padre Nostro è cambiato. Solo con la privatizzazione feudale – la recinzione della terra comune – la violazione poteva essere un crimine per il quale richiedere l’assoluzione. Solo sotto un sistema capitalistico basato sul denaro, il debito poteva necessitare di misericordia.

Praticamente ogni imperatore o re o presidente imperiale ha sventolato una bandiera religiosa sulle battaglie di classe per espandere i propri imperi. Chi resiste, spesso lo fa sotto la bandiera della stessa religione o di una religione oppressa.

Denmark Vesey, il grande leader della ribellione degli schiavi, era un metodista africano, mentre Leonidas Polk, un vescovo episcopale, era un generale confederato nella Guerra Civile. La lotta per l’abolizione della schiavitù ha diviso le denominazioni di questo continente, in base a chi ha sofferto di schiavitù e chi ne ha tratto profitto.

Non è stata la suasione morale a porre fine alla schiavitù, ma una guerra civile, alla quale ognuno doveva rispondere, come dice il canto del sindacato: a che parte stai?

Oggi ci viene chiesto di schierarci dietro Halliburton e Big Oil, Wall Street e le sue banche, per andare a uccidere o essere uccisi in una guerra per l’impero in Medio Oriente. Questa cosiddetta “guerra al terrore” porta la bandiera del fondamentalismo cristiano in una guerra contro i musulmani che resistono alla schiavitù, che difendono la loro terra, il loro lavoro, la loro vita.

Come rivoluzionario ebreo, dico qui che sono spalla a spalla con i musulmani che lottano per la loro sovranità e autodeterminazione in tutto il mondo.

Vivo a Jersey City, che a oggi credo abbia la più grande popolazione immigrata pro capite negli Stati Uniti. I miei vicini musulmani, arabi e dell’Asia meridionale, compagni di lavoro e amici sono discriminati, fatti sparire, detenuti, deportati e torturati.

Per coloro che si chiedono come hanno potuto i nippo-americani essere radunati e internati in questo e in altri stati degli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale: è così che si comincia.

Non sono gli unici prigionieri politici negli Stati Uniti. Domani, persone provenienti da tutto il paese e da tutto il mondo saranno a Philadelphia per affollare il tribunale e le strade circostanti a sostegno del prigioniero in punto di morte Mumia Abu-Jamal, il giornalista rivoluzionario nero conosciuto come “la voce dei senza voce”.

Domani indosserò l’adesivo con la scritta “Nuovo processo ora! Mumia libero” per contribuire a portare ovunque questa richiesta di giustizia. Ho altri adesivi per coloro che volessero manifestare la loro solidarietà.

La lotta per liberare Mumia è un caso emblematico della nostra epoca, come la lotta per liberare i Fratelli Scottsboro e i Rosenberg. Fa parte della lotta contro il razzismo e l’oppressione nazionale, contro il complesso carcerario industriale e la pena di morte, usata come arma dai governanti di oggi, così come gli imperatori allinearono ai margini ì della strada verso Roma gli schiavi crocifissi, per ammonire gli altri a non tentare di sollevarsi per spezzare le loro catene.

Leonard Peltier, i Cinque cubani detenuti nelle carceri statunitensi, i lavoratori immigrati in detenzione dopo le incursioni della polizia di Stato nelle fabbriche, le prigioni piene di coloro i cui crimini sono quelli della sopravvivenza. Nelle città si muore di fame per pagare una guerra senza fine.

Guerra aperta contro i popoli di Iraq, Palestina, Afghanistan, Libano. Minacce di guerra imminente contro l’Iran e fendenti di sciabola contro la Corea del Nord. Guerre sporche e segrete contro Cuba, Venezuela e Sudan.

La promozione dell’ideologia fascista e dei vigilantes contro gli immigrati senza documenti che cercano di sopravvivere alla globalizzazione imperialista. Il bigottismo e la violenza, la fame e la mancanza di una casa.

Il papa ordina ai teologi della liberazione di offrire ai poveri solo il sostegno spirituale, di non lottare con loro per un sistema economico che possa fornire cibo a tutti.

Per alcuni, l’idea di lotta suona come un anatema contro la pace. Ma la lotta è la strada verso la pace che deve percorrere chi è assediato dall’oppressione. C’è grande protagonismo e gioia e libertà nel fare ciò che è storicamente necessario, nell’assumere i compiti che la storia ci consegna.

Diceva bene il rivoluzionario cubano Che Guevara: “A rischio di sembrare ridicolo, un rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d’amore”.

È l’amore provato dalle persone che sono disposte a rischiare la vita per i cambiamenti che le generazioni non ancora nate ameranno. È l’amore che proviamo per tutti coloro che resistono alla tirannia, perché sappiamo da che parte stiamo.

Nella sintetica eloquenza dell’ex schiavo bracciante, abolizionista, scrittore e oratore Frederick Douglass: “Se non c’è lotta, non c’è progresso. Coloro che professano di sostenere la libertà eppure evitano il conflitto, sono persone che vogliono i raccolti senza arare la terra; vogliono la pioggia senza tuoni e fulmini; vogliono l’oceano senza il fragore delle sue acque”.

So che molti di noi si troveranno l’un l’altro quando scenderanno in piazza per chiedere giustizia economica e sociale e contro la guerra. Ma io, come altri milioni di persone in questo Paese e nel mondo, non smetterò di combattere finché ogni battaglia non sarà vinta. Siamo abolizionisti moderni, che si stanno organizzando per porre fine a questo sistema di schiavitù economica capitalista e costruire una società in cui ogni individuo possa contribuire con ciò che può e in cambio riceve tutto ciò di cui ha bisogno e che desidera.

Quindi vi lascio con questa domanda: da che parte state?

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