Sulla ripugnante risoluzione del Parlamento Europeo che equipara il comunismo ai regimi fascisti e al nazismo

La risoluzione approvata due giorni fa dal Parlamento Europeo, che equipara il comunismo ai regimi nazisti e fascisti e ne pone sullo stesso piano le simbologie, è un passaggio tanto violento e vergognoso quanto emblematico, nel processo di costruzione della superpotenza imperialista europea.

Nella sua formulazione, essa dà pienamente atto di una verità che l’europeismo ideologico si affanna sistematicamente a distorcere o nascondere: l’Unione Europea è figlia della Guerra Fredda e come tale, come prodotto della politica di contenimento e aggressione dell’occidente guerrafondaio, imperialista e sfruttatore contro quello che fu il blocco dei paesi socialisti, non può né potrà mai essere altro se non uno strumento di guerra di classe dei ricchi contro i poveri, dei pochi contro i tanti, dei padroni contro chi lavora. Una perfetta espressione del potere oligarchico del capitalismo finanziario, per la quale il comunismo, il socialismo e tutti coloro che lottano per l’eguaglianza sostanziale e la dignità per tutti gli esseri umani non possono che essere un mortale nemico da abbattere.

Per servire questa sua natura inalterabilmente reazionaria, l’Unione Europea deve innanzitutto riscrivere, distorcere o cancellare la memoria storica. L’UE non si può permettere che i popoli europei si ricordino che a finanziare e portare al potere il nazismo e il fascismo furono quelle stesse grandi compagnie cui oggi von der Leyen prospetta un sostegno alla competitività per cento miliardi di euro. Il nomi di Siemens, Krupp, Bayer, FIAT e tantissimi altri devono essere cancellati dalla lista infame dei colossi monopolistici legati al nazismo e al fascismo, perché è al loro servizio che oggi si pone anche l’Unione Europea.

Non è tutto. Fortissimi furono gli appoggi di cui Hitler godette tra le grandi corporations negli USA: la Standard Oil, la Chase Bank dei Rockefeller, i grandi costruttori di automobili, per menzionarne alcune. Ma il legame più profondo fu certamente quello con la Union Banking Corporation, creata dal finanziere statunitense Harriman insieme ai Thyssen, che divenne la via segreta per la protezione del capitale nazista che usciva dalla Germania verso gli USA, passando per i Paesi Bassi. A capo della UBC fu posto Prescott Bush, rispettivamente padre e nonno dei due presidenti degli Stati Uniti George H.W. Bush e George W. Bush.

E ancora: la falsificazione sistematica della memoria storica serve a far dimenticare che l’UE è figlia della reintegrazione dei nazisti e dei fascisti sconfitti nei ranghi del potere dell’Europa occidentale post-bellica asservita a Washington. I nomi di Hans Globke, uno dei giuristi maggiormente implicati nello sviluppo della legislazione razziale nazista e che fu poi braccio destro del “padre dell’Europa” Konrad Adenauer, e di Reinhard Gehlen, criminale nazista che mise la rete spionistica tedesca nell’URSS al servizio della CIA e che fu il fondatore degli attuali servizi segreti della Germania, sono solo due tra i più emblematici segni della stretta parentela che lega i regimi occidentali di oggi al nazismo e al fascismo di ieri.

La risoluzione approvata il 19 settembre dal Parlamento Europeo è un atto non vincolante. Non ci si deve dunque aspettare un immediato salto qualitativo a livello giuridico nella crociata anticomunista dei singoli Stati dell’Unione. Si possono menzionare anche diversi precedenti sulla stessa linea, anche se meno radicali. Certamente, essa rafforza la violenza repressiva con cui già vengono colpite le organizzazioni comuniste nell’est europeo, con un’accelerazione registrata negli ultimi mesi in Polonia, dove il Partito Comunista Polacco da tempo è oggetto di dure persecuzioni. Certamente il progetto è di estendere quelle persecuzioni all’intera Unione.

Nel testo approvato a Strasburgo risalta l’invito all’impegno nell’orchestrare un lavaggio del cervello propagandistico su scala continentale ai danni dei popoli europei. I popoli d’Europa vanno insomma convinti, contro la Storia e contro l’evidenza, che il comunismo e il nazismo siano la stessa cosa e che l’Unione Europea che li sfrutta e li affama sia la loro salvatrice.

L’attacco frontale contro il comunismo rappresenta la manifestazione ideologica fondamentale dell’aggressione in atto in tutta l’Unione Europea contro il mondo del lavoro. Il dumping salariale, la precarizzazione dei rapporti di lavoro, l’incubazione di vecchie e nuove forme di razzismo per dividere gli sfruttati a vantaggio degli sfruttatori, tutto questo non può consolidarsi se le lavoratrici e i lavoratori non vengono disarmati ideologicamente una volta per tutte. Ecco perché l’Unione Europea, che oggi tenta il salto per contituirsi come superpotenza e che si candida a essere l’erede più coerente dei grotteschi miti “liberaldemocaritici” di quello che fu il blocco occidentale durante la Guerra Fredda, deve compiere a tappe forzate il processo di equiparazione del comunismo con il fascismo e il nazismo: perché solo così l’oppressione sociale di cui essa è portatrice può essere contrabbandata come qualcosa di “progressista”, come un’apertura al futuro.

Come sempre nella Storia, il comunismo viene attaccato nel modo più diretto perché esso rappresenta l’espressione più compiuta dello sviluppo di autocoscienza da parte di chi sotto il capitalismo viene calpestato e oppresso, ma occorre capire che l’attacco al movimento comunista è attacco contro tutto il movimento democratico. Appena ieri, ad esempio, dirigenti di primo piano de La France Insoumise comparivano in giudizio, sottoposti a un processo politico: solo l’ultimo atto di una persecuzione su larga scala contro il mondo del lavoro e la sinistra politica in un paese come la Francia, che negli ultimi anni ha trascinato in giudizio con capi d’imputazione pesantissimi migliaia di sindacalisti e attivisti di sinistra. Una strategia che si estende a tutta l’UE e che investe pienamente l’Italia: il caso di Davide Rosci e la repressione ininterrotta contro il movimento NoTAV sono solo due esempi di un clima di attacco violento alle lotte sociali che monta ormai da anni.

Tra gli europarlamentari italiani, il voto a favore della risoluzione è stato assolutamente trasversale e nessun rappresentante italiano ha votato contro. La delegazione del PD vi ha aderito in blocco e al suo interno va in particolare sottolineata l’infamia rappresentata dal voto espresso a favore della risoluzione da Giuliano Pisapia, uno che con la falce e il martello ha costruito nel recente passato un’intera fase della sua arrampicata politica. I rappresentanti del M5S sono stati gli unici italiani ad astenersi. Inutile precisare il compatto sostegno alla risoluzione da parte delle forze di destra.

La risposta a questo attacco frontale che vuole disarticolare la capacità di resistenza delle società europee alla dittatura del capitale deve essere unitaria e articolata. Se essa si riduce alla difesa delle proprie simbologie e della propria memoria storica da parte di un movimento comunista arroccato sulla difensiva, la sconfitta sarà assicurata, con gravissime conseguenze per l’avvenire delle battaglie democratiche in tutto il continente.

La lotta potrà essere vinta solo se il movimento comunista sarà in grado di animare un fronte di resistenza ampio e sarà quindi capace di essere avanguardia, com’è sua natura e come ha saputo essere in momenti decisivi della storia dell’ultimo secolo, di una lotta di classe capace di farsi consapevole e strutturarsi a livello politico. I simboli comunisti si difendono se i comunisti sanno essere capaci di farne l’espressione dell’acquisizione di coscienza da parte di grandi masse di lavoratrici e lavoratori.

Per questa ragione, alla risoluzione del Parlamento Europeo, da comuniste e comunisti reagiamo rilanciando il nostro impegno all’unità e alla lotta, a partire dal sostegno allo sciopero generale del prossimo 25 ottobre, data in cui il mondo del lavoro è chiamato a scendere in piazza in tutta Italia per difendere e affermare se stesso.

Dentro quella difesa e quell’affermazione è l’anima del nostro impegno e solo a partire da essa e dalla sua strutturazione ed estensione unitaria a tutto il continente europeo si possono costruire le condizioni per sconfiggere l’anticomunismo e mettere in rotta l’aggressione delle istituzioni europee al servizio del capitale contro chi resiste e chi lotta per un mondo migliore.

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