L’incarico a Mario Draghi, Renzi tirapiedi dei grandi interessi, i nostri compiti

L’annuncio del conferimento dell’incarico di formare un nuovo governo “di alto profilo” (sic) conferito a Mario Draghi, convocato per la giornata di oggi al Quirinale, conferma i peggiori sospetti nostri e di tanti altri. Siamo di fronte all’ennesimo commissariamento autoritario delle istituzioni nazionali da parte degli emissari diretti della grande finanza e dei grandi centri di potere del mondo occidentale. Come già avvenuto con Monti, si cerca oggi d’imprimere una svolta a un paese che da un lato è strategico, perché rappresenta la terza economia e la seconda base industriale dell’Unione Europea e perché è geograficamente collocato al centro della regione mediterranea, dall’altro è caratterizzato da un’instabilità politica di difficile composizione.

Matteo Renzi conferma il suo ruolo di tirapiedi dei “poteri forti”: come ha fatto sin dalle prime fasi della sua fulminea ascesa a posizioni di rilievo nazionale, il politicante fiorentino fonda le sue fortune sul totale disprezzo della volontà e del consenso popolari, di cui non fa che affermare nei fatti l’irrilevanza, e sulla spasmodica ricerca del modo di farsi garante dei grandi interessi per ottenerne in cambio mancette in termini di quote di potere.

Quali siano i moventi profondi della sostituzione di Conte con Draghi, è questione complessa e che non può essere ridotta a banalità e semplificazioni di comodo. Certamente, l’ex capo della Banca Centrale Europea garantisce certi indirizzi nell’impiego dei fondi del Recovery Plan. Altrettanto certamente, però, si tratta di una figura di europeista apprezzato e fortemente gradito dagli Stati Uniti. L’ipotesi che ci sentiamo di avanzare è dunque che, nel contesto del consolidamento dell’Unione Europea e dell’insediamento dell’amministrazione Biden a Washington, che oggettivamente marginalizza il cosiddetto “sovranismo” di estrema destra, la questione che oggi si pone sia quella di spingere per un riorientamento in chiave maggiormente atlantista di questa fase della “costruzione europea”. Draghi alla guida di un paese chiave come l’Italia, rappresenterebbe dunque una forte spinta per il riallacciamento dell’asse euroatlantico.

Naturalmente, non si può ancora essere certi che il governo Draghi veda effettivamente la luce, anche se pare altamente probabile che sarà così. Le resistenze in particolare del M5S, che rischia di uscire annientato dalla formazione del nuovo esecutivo, determinano un margine d’incertezza che va restringendosi, ma ancora non superato. Innegabilmente però, non ci si può nascondere che la formalizzazione del ruolo di una figura del peso di Draghi lascia intendere che i giochi siano fatti. In questa fase, che enfatizza tristemente l’esclusione totale delle masse popolari dai giochi di potere che si consumano sulla loro pelle, non possiamo che tentare d’interpretare gli avvenimenti a prepararci ai loro probabili sviluppi.

Certamente, il tutto si farà sulla nostra pelle e a nostre spese. Dotarci di strumenti idonei, che oggi mancano totalmente, per organizzare forme nuove di resistenza sul piano nazionale e continentale, in stretta connessione con i movimenti di lotta che si sviluppano in tutta l’area euroatlantica, è oggi più che mai una drammatica urgenza.

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