Un paio d’ipotesi sulla strana crisi di governo innescata da Matteo Renzi

Che la crisi di governo iniziata lo scorso dicembre e trascinatasi per settimane, tra alti e bassi, fino alla formale uscita del partitello di Matteo Renzi dalla maggioranza sia strana, è parere unanime. Probabilmente, per decriptarne per intero il significato bisognerebbe disporre d’informazioni sulle segrete cose dei palazzi del potere che a noi, comuni mortali, non è dato di conoscere.

Una ovvia osservazione in merito è certamente che Renzi, perfetta antitesi del politico idealista, deve puntare a un preciso tornaconto personale e di conventicola. Ripensando alla sua breve e tragica – per il paese – parabola come politico di caratura nazionale, iniziata con il famigerato discorso sulla “rottamazione” del gruppo dirigente del Partito Democratico di meno di un decennio fa, una certezza emerge chiaramente: il traffichino di Firenze denota una spiccata capacità di offrire i propri servigi ai cosiddetti poteri forti e di bruciare le tappe grazie al loro sostegno. Una caratteristica che lo accomuna ad altri fenomeni da baraccone della politica degli ultimi anni, da Matteo Salvini a Giorgia Meloni.

La parabola di questi “leaders” allevati in batteria è sempre la stessa: si legano a determinati poteri occulti, ascendono rapidamente grazie a martellanti campagne mediatiche volte a imporli all’attenzione dell’opinione pubblica, violentano quello che resta dei nostri istituti democratici compromettendone sempre più – e ormai irreversibilmente – la tenuta, fino al sopraggiungere di un momento di “svolta” in cui la narrazione sul loro conto passa dall’esaltazione delle loro prodezze di “comunicatori” e di “manovratori” alla costruzione dell’immagine del perdente. A quel punto, rimangono come vestigia del passato recente, cadaveri politici abbandonati al centro della scena a imputridire, appestando coi loro miasmi il già mefitico ambiente dei palazzi romani.

Renzi è certamente un’alta espressione di questo cliché e forse persino il suo archetipo. Dopo aver determinato le condizioni per la nascita del governo Conte II in chiave ultra-europeista, il traffichino si è immediatamente adoperato per metterlo in crisi. Appena prima dell’esplodere della pandemia che gli ha rubato la scena, lo ricordiamo intento a cercare la crisi di governo sulla giustizia e le grandi opere. Lo ritroviamo oggi, un anno dopo, intento nella stessa manovra.

Delle sue argomentazioni, due cose colpiscono e inducono a riflessione: l’insistenza nell’ossequio servile a Joe Biden e l’arroccamento sulla richiesta di accedere immediatamente ai fondi del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). Ci spingiamo quindi a ipotizzare che, al di là della spasmodica ricerca di un posto al sole che la carenza di consenso popolare non gli consentirebbe di ottenere, il suo obiettivo sia quello di avere un governo fortemente atlantista e disposto a impiccare l’Italia a un meccanismo usuraio per avere subito 37 miliardi da distribuire ad arraffoni e speculatori, in particolare nel settore sanitario.

Se il secondo elemento può essere utile a consolidare amicizie influenti a spese di tutti noi, vincolando le scelte politiche italiane dei prossimi decenni ancor più di quanto già non lo siano oggi, il primo è forse un punto più strategico. Confinato all’opposizione il trumpismo di Salvini e Meloni, oggi il nostro starebbe puntando sul mettersi al servizio della causa dell’integrazione euro-atlantica, con la finalità di riconsolidare sotto il primato degli USA il cosiddetto “blocco occidentale” nella lotta contro la Cina. Di questo scenario – è bene sottolinearlo – sono pieni i più importanti saggi prodotti dai teorici della politica estera americana.

In quest’ottica si spiegherebbe in termini non personalistici e caricaturali lo scontro con Giuseppe Conte, altro campione del cinismo della nuova politica (seppure con uno stile esteticamente assai più sopportabile), che negli anni si è guadagnato l’investitura a paladino della strategia di ambizioso smarcamento dell’UE dall’ombra di Washington condotta dall’imperialismo tedesco e incarnata dall’ascesa di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione Europea.

Le nostre sono evidentemente ipotesi. Resta una domanda: può candidarsi a una simile posizione, il ducetto politicamente defunto da quattro anni di un partitello privo di ogni prospettiva autonoma? Solo il tempo potrà dirlo.

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